Femminicidi: il ruolo del patriarcato nella violenza di genere

Due femminicidi in Italia riaccendono il dibattito sulla mentalità patriarcale e sulla violenza di genere, evidenziando la necessità di una riflessione profonda sulla sicurezza delle donne.

Due femminicidi in appena due giorni hanno scosso l’Italia, entrambi colpendo giovani donne di 22 anni, vittime di due uomini respinti. Questi tragici eventi hanno riacceso il dibattito sulla mentalità patriarcale e sulla sua rilevanza nel contesto attuale, sollevando interrogativi su ciò che sta realmente accadendo nella nostra società.

Un fenomeno inquietante

La ripetizione di tali atti violenti, che si manifestano con una frequenza allarmante, ha portato a una riflessione profonda. La domanda che molti si pongono è se i concetti tradizionali come quello di patriarcato possano ancora fornire una spiegazione adeguata a fenomeni così complessi e devastanti. La società contemporanea, purtroppo, continua a essere segnata da episodi di violenza di genere, lasciando molti a chiedersi quale sia la causa di tali comportamenti.

Il contesto patriarcale

Il patriarcato rappresenta un modello sociale in cui la donna è considerata un possesso maschile, con l’uomo che detiene il controllo totale sulla famiglia. La legge, in passato, sanciva che “l’uomo è il capo della famiglia”, e la sottomissione femminile era la norma. In un contesto simile, la violenza contro le donne veniva giustificata come un modo per difendere l’onore, un concetto che, sebbene abrogato nel 1981, ha lasciato strascichi nella cultura e nella mentalità collettiva.

L’articolo 587 del Codice Penale, che trattava dell’omicidio per motivi d’onore, stabiliva pene irrisorie per chi uccideva una donna per “difendere” la propria reputazione. Questo ha contribuito a creare un ambiente in cui la vita delle donne era considerata di poco valore, e il loro omicidio spesso giustificato.

Il profilo degli assassini

Osservando le fotografie degli assassini d’onore del passato, si nota un atteggiamento di fiera determinazione. Questi uomini si sentivano legittimati dalla loro comunità, che approvava il loro gesto violento come un modo per “mettere le cose a posto”. Al contrario, gli assassini di oggi mostrano un comportamento diverso, con posture curvate e atteggiamenti piagnucolosi. I messaggi inviati prima di compiere l’atto violento rivelano una vulnerabilità e un’inquietudine che contrasta con la sicurezza di un tempo.

Il ruolo della donna

In questi eventi tragici, emerge la figura della donna che diventa una protesi per uomini fragili, incapaci di affrontare la vita senza di lei. Questo modello di dipendenza emotiva porta a una crisi quando la donna non riesce a soddisfare le aspettative maschili. La perdita di questa figura di sostegno è vissuta come una vera e propria tragedia, spingendo alcuni uomini a compiere gesti estremi.

La premeditazione che accompagna questi atti di violenza è evidente, con uomini che si procurano strumenti letali e pianificano attentamente le loro azioni. Questi comportamenti non sono frutto di un momento d’ira, ma di un processo di riflessione che culmina in atti di violenza inaccettabili.

Le conseguenze sociali

È significativo notare come, nonostante le dichiarazioni di impossibilità di vivere senza la vittima, gli assassini raramente si suicidano dopo aver commesso il delitto. Questo comportamento evidenzia un egocentrismo che contrasta con la presunta dedizione verso la donna. La società, purtroppo, continua a lottare con il problema della violenza di genere e, sebbene ci siano stati progressi normativi, resta ancora molto da fare per proteggere le donne e prevenire tali tragedie.

Il passaggio dal Codice Rocco al Codice Rosso ha segnato un tentativo di affrontare la questione della violenza di genere in modo più deciso, ma la strada per una reale soluzione è ancora lunga e complessa. La società deve interrogarsi su come affrontare la violenza contro le donne e quali misure adottare per garantire la loro sicurezza.

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